Giuseppe Intrieri - Fotografia & Natura

Giuseppe Intrieri - Fotografia & Natura

Nome dell'autore: Giuseppe Intrieri

Freelance Photographer & Videomaker. Naturalist and Hiking Guide. My mission : share the knowledge and love for the Nature trough Photography and media.

Orto Botanico di Padova: dove tutto ebbe inizio

Giuseppe Intrieri

Condividi

Ci sono luoghi che raccontano la nostra storia, la storia dell’umanità, della scienza, dello studio della natura. Per gli appassionati come me questi luoghi sono intrisi di un fascino antico che è difficile da spiegare a parole, ti senti quell’emozione dentro al petto al solo pensiero di andarci.

Quei luoghi dove sai che secoli addietro sono state fatte cose importanti, ti affascina il pensiero che lì abbiano trascorso il tempo studiosi della natura, del mondo. Lontano dalle nostre epoche e con i mezzi di allora, dove contavano veramente soltanto le cose concrete. Studiosi mossi dalla passione di comprendere veramente il mondo in maniera approfondita.

Queste sono state proprio le emozioni che ho provato quando ho deciso che avrei visitato l’Orto Botanico di Padova, dove tutto lo studio della Botanica e delle piante ebbe inizio. Dove nacque la cultura dell’orto botanico come luogo di studio delle piante, di comprensione del mondo vegetale che fondamentalmente ci da la vita, come luogi di incontro di studiosi, l’orto botanico come sede della conservazione di tesori che potrebbero andare perduti, luoghi in un certo senso per i “religiosi” della natura.

In questo articolo raccolgo le mie emozioni e voglio che ispiri chiunque lo legga a visitare questo luogo bellissimo nella fantastica città di Padova, considerate questo articolo come una guida mista alle mie emozioni e un excursus storico dell’orto.

L'Orto Botanico di Padova: storia e cosa vedere

Quando nacque l'Orto Botanico di Padova?

Prima di rispondere a questa domanda, proviamo a rispondere alla domanda << Perchè “collezionare” piante? >>. La domanda su perché collezionare piante trova radici nella storia dell’Università di Padova, fondata nel 1222, durante un’epoca in cui la città si distingueva come una delle capitali culturali europee. Nel 1405, entrò a far parte della Repubblica di Venezia, che all’epoca rappresentava il centro del mondo con il suo potere e la sua influenza.

Sotto il dominio della Serenissima, che aveva il controllo su vasti scambi commerciali, Padova divenne un centro di eccellenza intellettuale, attrattivo per i migliori cervelli del tempo. Questo monopolio intellettuale fu tale che nel 1492 un professore fiorentino, sospeso dall’insegnamento a Padova, fu addirittura imprigionato per evitare che portasse altrove le sue competenze.

L’Orto Botanico, vide la sua nascita nel 1545 durante il Rinascimento, ebbe origine non solo per soddisfare la curiosità scientifica, ma anche per proteggere gli interessi commerciali di Venezia. La Serenissima intendeva controllare non solo gli scambi commerciali, ma anche la conoscenza delle piante vitali per l’alimentazione, la medicina e il benessere.

L’idea dell’Orto Botanico fu concepita da Francésco Bonaféde e dai suoi studenti del corso di Lettura dei Semplici, concentrandosi sullo studio delle sostanze naturali a scopo curativo. Bonaféde, notando le limitazioni dei libri nel fornire una conoscenza accurata delle piante, si ispirò al crescente metodo scientifico emerso a Padova. Questo approccio, promosso da figure come il professore di medicina Giovànni Battìsta Da Mònte, sottolineava l’importanza di verificare le idee attraverso l’osservazione diretta e l’esperimento pratico.

Così, nel 1545, nacque l’Hòrto medicinàle, un luogo dove le piante venivano coltivate e studiate direttamente. L’Orto Botanico divenne una risorsa fondamentale per docenti e studenti, offrendo un ambiente aperto e accessibile per l’apprendimento. Questa iniziativa, senza precedenti, contribuì a formare una nuova generazione di esperti in grado di distinguere le piante medicinali da quelle non adatte, proteggendo così la salute pubblica.

Nasceva in quegli anni, in quegli istanti qui a Padova lo studio della Botanica, fatto dagli orti che sono rifugio e laboratorio per studiosi e scienziati ancora oggi.

Perchè è importante l'Orto Botanico di Padova

Innegabile ancora oggi l’importanza di una struttura come l’Orto Botanico di Padova. Gli studiosi dell’Orto Botanico di Padova, fin dal 1545, si dedicano allo studio e alla coltivazione di varietà vegetali per comprendere e sfruttarne le potenzialità. Le attività qui svolte spaziano dall’approfondimento teorico all’applicazione pratica, contribuendo così alla creazione di un solido bagaglio di conoscenze che ha resistito nel tempo, sfidando malattie e calamità naturali. Se non è affascinante tutto questo allora cosa lo è? Se non ci si emoziona camminando fra le piante dell’Orto, consapevoli che tutto questo movimento di studio e cultura intorno alle piante nacque qui nel 1545, allora non si è capaci di emozionarsi.

L’approccio innovativo dell’Orto ha influenzato le università di tutto il mondo, tanto che nel 1997 l’UNESCO lo ha incluso nel suo elenco del Patrimonio Mondiale, definendolo la culla della scienza botanica. La missione scientifica dell’Orto è attuale e dinamica, impegnandosi nella conservazione della biodiversità secondo i principi della “Carta di Edimburgo”. Fin dal 1985, si è concentrato sulla protezione delle piante rare e minacciate del nord-est italiano.

L’Orto ospita una vasta gamma di specie provenienti da tutto il mondo, alcune delle quali hanno storie sorprendenti. Oltre 3.000 specie sono ora coltivate qui, molte delle quali con una storia affascinante che va oltre la loro mera esistenza. Ci sono alberi secolari, piante menzionate da illustri figure come Goethe, specie velenose e medicinali, oltre a una ricca varietà di erbe, alghe e funghi rari.

Il viaggio attraverso l’Orto Botanico permette di scoprire le origini e le storie di queste piante, fornendo un’esperienza ricca di fascino e conoscenza. Esserci andato a Dicembre 2023 è stato come coronare il sogno di un bambino. Una di quelle cose di cui senti parlare e di cui leggi fin da quando inizi gli studio nel tuo campo; per me studente di Scienze Naturali, l’Orto Botanico di Padova era una di quelle cose da vedere almeno una volta nella vita, per testimoniare di aver calpestato il suolo di un posto così importante per lo studio della natura.

Il Platano dell'Orto Botanico di Padova: storia e aneddoti

Il viaggio nellorto inizia dall’arboreto, una raccolta di alberi che ha visto la luce verso la fine del Settecento sotto la guida del Prefetto Giovànni Marsìli. Marsìli stesso, in un suo scritto, spiega la necessità di creare un giardino pubblico dedicato agli alberi, poiché la parte più nobile del regno vegetale era scarsamente rappresentata all’interno del giardino principale.

Questo “boschetto”, come lo definisce Marsìli, fu realizzato in un’area precedentemente destinata all’uso privato del Prefetto, al di fuori della parte più antica dell’Orto Botanico. Gli alberi necessitano di spazio per crescere e prosperare, e l’arboreto forniva loro l’ambiente adatto.

Tra gli alberi più antichi dell’Orto Botanico si trova il grande Platano orientale (Platanus orientalis)  piantato nel 1680 e caratterizzato da una rara cicatrice, probabilmente causata da un fulmine. Nonostante questa ferita, l’albero sopravvive grazie ai tessuti esterni che conducono la linfa, dimostrando una notevole resilienza.

La rarità di questo Platano orientale risiede anche nel suo lignaggio. Mentre la maggior parte dei platani nelle città sono ibridi tra il Platano orientale e quello occidentale, questo esemplare è un puro Platano orientale. L’incontro tra le due specie avvenne probabilmente grazie all’intervento umano, con piante di Platano occidentale introdotte in Inghilterra nel 1670 per affrontare climi più rigidi. Questo incrocio portò alla creazione del Platano comune, un ibrido più resistente e diffuso.

Prima di procedere, vale la pena riflettere sulle parole del naturalista americano Enos Mills, che sottolinea la lotta per l’esistenza degli alberi e la loro sorprendente biografia, simile a quella delle persone anziane. Si rimane al cospetto di questo giante il silenzio e si viaggia con la memoria indietro nei secoli a quando questo gigante fu piantato qui. Momento emozionanti primna di proseguire la mia passeggiata.

Il Museo dell'Orto Botanico di Padova

L’ex residenza del prefetto dell’Orto di Padova è ora la sede del Museo Botanico, dove il viaggio prende una sosta importante. Qui, all’interno del Museo, è custodito un vasto erbario contenente 700.000 piante, oltre a 100.000 campioni di alghe e 69.000 esemplari di funghi, tutti accuratamente essiccati.

Oltre alle collezioni essiccate, il Museo ospita anche modelli di funghi in cera, vetrini contenenti alghe diatomee, lastre fotografiche, tavole didattiche e 16.346 provette di semi provenienti da ogni angolo del globo, risalenti principalmente al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.

Una delle attrazioni più antiche è la spezieria, risalente alla fine del Settecento o all’inizio dell’Ottocento, donata da Giuseppe Maggioni all’Università di Padova. Inoltre, il Museo espone i volumi della Biblioteca dell’Orto Botanico e della Biblioteca “Vincenzo Pinali”, che si trovano al piano superiore dell’edificio.

Attraverso le sue collezioni e esposizioni, il Museo racconta la storia della Botanica e illustra come questa disciplina abbia gradualmente assunto un ruolo autonomo rispetto allo studio della medicina, non solo a Padova ma anche a livello globale.

Il seme più grande del mondo: il Cocco di mare delle Seychelles (Lodoicea maldivica) all'interno del museo

La Galleria degli Erbari dell'Orto Botanico di Padova

Ricordo uno degli esami più belli che sostenni all’università: Botanica Sistematica, con l’allora prof. Gargano (chissà se leggerà mai questo articolo). All’università della Calabria (UNICAL) dove ho studiato, c’è un altrettanto interessante orto botanico e il prof ci portava lì a fare lezione sul campo. Per l’esame dovevamo preparare un erbario di almeno 20 campioni di 20 specie diverse e almeno dieci famiglie diverse. Mi piacque molto il fatto di essiccare le piante e immaginarmi come antichi botanici, quali potevano essere questi che studiarono all’Orto Botanico di Padova. Ho trascorso tantissime giornate allOrto Botanico dell’UNICAL per usare gli stereomicroscopi e analizzare i miei campioni per l’idfentificazione delle specie raccolte per il mio erbario.

Ma cosa sono gli erbari? Gli erbari sono collezioni di piante essiccate, preziosi strumenti utilizzati per studiare la flora e la botanica. Risalgono alla metà del Cinquecento e si presentano come libri in cui le piante sono incollate sulle pagine. A partire dalla metà del Settecento, con l’avvento di Linneo, gli erbari diventano raccolte di campioni su singoli fogli di carta, catalogati con il nome scientifico della specie, il luogo e la data della raccolta. Distribuiti negli orti botanici di tutto il mondo, gli erbari rappresentano una ricca fonte di informazioni sulla flora passata e presente.

L’Erbario di Padova ha origine nel 1835, tre secoli dopo la fondazione dell’Orto Botanico, per volontà del prefetto Giuseppe Antonio Bonato. Bonato dona all’Università il suo erbario e la sua biblioteca, arricchendo così la collezione con le piante e i libri del suo predecessore, Giovanni Marsili. Questo gesto sottolinea il ruolo autonomo della botanica rispetto alla medicina e l’importanza degli erbari come strumento di studio delle piante. Nel corso degli anni, la collezione cresce fino a raggiungere i 700.000 campioni attuali, conferendo a Padova uno dei più importanti erbari d’Italia.

Un’importante aggiunta all’Erbario di Padova è rappresentata dall’erbario dell’artista Luigi Tibertelli, conosciuto con lo pseudonimo Filippo de Pisis. Nato nel 1896 a Ferrara, de Pisis si appassiona fin da giovane alle scienze naturali e raccoglie una vasta varietà di campioni vegetali durante le sue passeggiate. Nel 1917, a soli ventuno anni, dona il suo erbario all’Orto di Padova, arricchendo la collezione con circa 1200 campioni provenienti da diverse regioni italiane, accompagnati spesso da disegni e annotazioni personali.

Gli erbari ci permettono di esplorare la connessione tra arte e natura, evidenziando il significato simbolico e allegorico delle piante nell’arte e nella cultura. Dall’altro lato, illustrazioni botaniche hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nella botanica e nella medicina, documentando la varietà e le caratteristiche delle piante. La galleria degli erbari offre anche una selezione di antichi testi specialistici e un tavolo interattivo che guida i visitatori attraverso la storia illustrata della botanica, della medicina e dell’anatomia occidentale, dall’Antichità al Settecento.

La Spezieria dell'Orto Botanico di Padova

L'antica spezieria

Proseguendo si arriva alla Apezieria, senz’altro una delle sale più particolari da vedere nell’orto. Accediamo ora a una farmacia risalente all’inizio dell’Ottocento, donata all’Università di Padova dal farmacista Giuseppe Maggioni, completa di mobili, arredi e strumenti originali. Questo spazio offre un’interessante panoramica sull’evoluzione della farmacopea, dall’utilizzo dei cosiddetti “semplici” fino ai farmaci di sintesi moderni.

Nel 1533, l’Università di Padova assegna a Francesco Bonafede la cattedra di “lettura dei semplici”. Per insegnare ai suoi studenti a riconoscere le piante con proprietà curative, Bonafede concepisce l’idea di un orto dei semplici, fondato nel 1545 insieme a una spezieria. Solo di recente, grazie alla donazione di Maggioni, la spezieria è stata aggiunta all’Orto Botanico di Padova e al suo ricco patrimonio. Gli strumenti e gli oggetti esposti, tra cui vasi, flaconi, spatole, mortai, bilance e curiosità come una macchina per stampare etichette, ci offrono uno sguardo sulle pratiche quotidiane degli speziali, i loro strumenti e gli “ingredienti” utilizzati per preparare i rimedi.

Tra questi ingredienti, uno dei farmaci più famosi nella storia è la teriaca, considerata per secoli una panacea, un rimedio universale. La teriaca era composta principalmente da carne di vipera, che si credeva conservasse sia il veleno che l’antidoto. Questo farmaco è stato ampiamente prescritto fino all’Ottocento, insieme ad altre piante medicinali, alcune delle quali velenose, che potrete trovare qui esposte.

La casa del Prefetto e le Serre ottocentesche dell'Orto Botanico di Padova

Davanti all’edificio che inizialmente fungeva da residenza per il Prefetto, si ammira la figura incaricata della direzione scientifica dell’Orto Botanico, una posizione di grande rilievo.

Uno degli obiettivi principali del Prefetto era ampliare la varietà di piante coltivate. Originariamente, l’attenzione era rivolta principalmente agli esemplari utili per scopi medicinali; successivamente, si estese anche alle specie di interesse scientifico. Fu solo nel 1700 che la Botanica emerse come disciplina autonoma grazie all’opera di Linneo, che sistematizzò lo studio delle piante e mantenne un rapporto attivo con i Prefetti, i quali partecipavano attivamente al dibattito accademico a Padova.

Linneo dimostrò un grande rispetto verso i Prefetti padovani, tanto da dare il loro nome a diverse specie di piante o a interi generi. Ad esempio, la “Pontedèria”, una pianta acquatica, prende il nome dal Prefetto Giulio Pontedèra.

L’Orto Botanico di Padova ha svolto un ruolo cruciale nell’introduzione in Italia di numerose piante esotiche, tra cui il girasole, la robinia, il lillà e persino la patata. Pietro Arduino, professore di Agronomia e Prefetto dell’Orto nei medesimi anni, si dedicò particolarmente allo studio della patata. I Prefetti erano figure dinamiche e avventurose, spesso impegnate in viaggi di esplorazione alla ricerca di nuove specie vegetali.

Uno di questi avventurieri fu Prospero Alpini, noto come un “Botanico da campo”, che viaggiò in Oriente, in Egitto e in altre regioni raccogliendo specie botaniche mai descritte prima. Le sue spedizioni erano finanziate dall’Università e soprattutto dalla Repubblica di Venezia, che sin dai tempi antichi aveva interesse nelle isole di Creta e Cipro, importanti centri di produzione e commercio di spezie e piante officinali.

La raccolta delle piante era solo il primo passo; era essenziale anche conservarle in condizioni climatiche controllate. Per questo motivo, nel XIX secolo furono costruite le “vecchie serre”, un progetto innovativo composto da tre stanze interconnesse con grandi vetrate, camini per regolare il calore e bocchette per la circolazione dell’aria calda. Questo design dimostra la capacità dell’Orto di pianificare in modo efficiente e sostenibile l’utilizzo delle risorse già nell’Ottocento.

La Palma di Goethe: uno dei simboli dell'Orto Botanico di Padova

Conclusa la visita al museo e le serre ottocentesche ritorno all’aperto in quella che è una bella giornata di sole di inizio Dicembre. Mi dirigo verso uno dei simboli dell’orto Botanico di Padova: la palma di Goethe.Lì, dietro l’antica meridiana, riparata da una serra, si erge una palma con una storia più che peculiare: un vero unicuum.

In primo luogo, è la più antica pianta dell’Orto, piantata nel 1585. E poi, appartiene alla sola specie di palma spontanea presente in Italia! La trovi principalmente in Sicilia e Sardegna, con avvistamenti più sporadici lungo le coste toscane, laziali e campane.

Nonostante ciò, osservandola, è difficile credere che in natura cresca così poco. Infatti, uno dei suoi nomi comuni è “Palma nana“; il suo nome scientifico, Chamaerops humilis, significa “piccolo cespuglio umile”. Sorprendentemente, la palma ha raggiunto i 12 metri. Che sfida per la palma nana! Come ha fatto? È stata accudita fin dall’inizio: è sempre cresciuta in serra.

La chiamiamo la Palma di Goethe! Sì, perché è così straordinaria da aver affascinato persino Johann Wolfgang Goethe, durante il suo viaggio in Italia che lo ha portato a Padova il 27 settembre del 1786. In quell’occasione, ancora una volta, il nostro Orto ha contribuito a una rivoluzione nel modo di studiare la natura. Osservando la palma, Goethe si interessò particolarmente alla forma delle foglie. Guardando dall’alto verso il basso, alcune foglie sono allungate e semplici; queste sono le più giovani. Le foglie più mature assumono invece la forma a ventaglio delle dita di una mano aperta. La palma, nel suo ciclo vitale, cambia non solo nel tronco ma anche nelle foglie.

Questa osservazione portò Goethe a formulare l’idea che la pianta si sviluppi da forme anatomiche che derivano da un unico elemento primordiale. Questo elemento, secondo Goethe, è la foglia, che attraverso successive trasformazioni dà origine alle varie strutture della pianta.

Incredibilmente, dalle sue osservazioni sulla natura, Goethe sviluppò un metodo di comparazione anatomica, chiamato morfologia, che ebbe un enorme impatto nel campo scientifico.

Il Giardino della Biodiversità dell'Orto Botanico di Padova

Proseguendo si va nella parte più ricca dell’orto. L’Orto Botanico, un organismo in costante evoluzione, ha attraversato quasi cinque secoli di crescita, ampliando le sue dimensioni con accrescimenti successivi che hanno salvaguardato la sua storia e le preziose collezioni botaniche.

Ci troviamo ora nel Giardino della Biodiversità, dove l’acqua abbonda. Oltre a svolgere la funzione di irrigazione, essa mantiene l’umidità ideale per la vita delle piante acquatiche. Questa preziosa risorsa proviene sia dal pozzo artesiano di cui abbiamo già discusso, sia da una vasca che raccoglie l’acqua piovana.

Le serre, inaugurare nel 2014, sono progettate come un’unica grande foglia che respira, regolando temperatura e umidità per adattarsi alle esigenze delle piante ospitate, come una delle 1300 specie presenti. Questo movimento è controllato da un sistema automatizzato alimentato da pannelli fotovoltaici, parallelo al ciclo di vita delle piante stesso.

Ciò che sorprende di più è che il controllo di queste automazioni è affidato alle piante stesse. Grazie a sensori avanzati che rilevano variazioni di umidità, calore e movimento, le piante attivano contromisure come l’apertura o la chiusura dei tendaggi per regolare l’illuminazione e l’ambiente interno.

L’edificio è dotato di tecnologie all’avanguardia, con una copertura leggera che trasmette più luce del vetro, auto-pulente e riciclabile. Gli intonaci utilizzati abbattere le sostanze inquinanti presenti nell’aria, particolarmente importanti in un ambiente caldo e umido come una serra.

Ogni serra rappresenta un bioma diverso, ricreando le condizioni climatiche di una specifica regione del mondo. Da qui inizia un viaggio attraverso tutti i biomi della Terra: dalla foresta tropicale e subtropicale al clima mediterraneo, dai climi temperati a quelli aridi.

Le Serre dell'orto Botanico di Padova

Purtroppo per alcuni lavori di sistemazione le serre erano chiuse. L’orto Botanico di Padova conserva al suo interno delle Serre che custodiscono piante appartenenti a differenti biomi del pianeta.

 

La Serra Tropicale

Nella sontuosa serra dedicata alla Foresta Pluviale, le piante tropicali trovano le condizioni ideali di abbondante pioggia e temperature costantemente elevate, simili a quelle che caratterizzano i tropici, dove le foreste pluviali, pur occupando meno del 10% delle terre emerse, ospitano oltre il 70% della biodiversità mondiale.

Qui, gli alberi giganti superano i 40 metri di altezza, conferendo a questa serra il titolo di più grande dell’Orto. Grazie alla loro maestosità e alla natura sempreverde, la luce del sole fatica a raggiungere il suolo, rendendo l’ambiente quasi buio. Tuttavia, molte piante si sono adattate a questa scarsa illuminazione, arrampicandosi sui rami degli alberi o utilizzando come supporto gli stessi alberi per vivere in sospensione, come le famose liane e le epifite.

La serra offre uno spettacolo mozzafiato, con piante come il cacao e le banane, e non dimenticare di cercare il ventaglio caratteristico della Palma del Viaggiatore, sempre orientato in una direzione specifica.

La Serra Subtropicale

All’interno della serra tropicale sub-umida è stata replicata l’ecologia della savana, con le sue stagioni secche intervallate da intense piogge.

Una delle piante più iconiche della savana africana coltivate in questa serra è il baobab, famoso per la sua straordinaria longevità. Il suo tronco, dalla forma caratteristica a bottiglia, funge da serbatoio gigante per l’acqua, consentendogli di sopravvivere anche durante le stagioni secche. I fiori bianchi, sebbene emettano un odore sgradevole, sono impollinati dai pipistrelli e producono frutti ricchi di nutrienti, comprese vitamine, minerali ed aminoacidi, rendendo la pianta una risorsa preziosa per la fauna locale.

Un’altra pianta distintiva di questo habitat, presente nella serra e di grande importanza per l’Orto, è il caffè. Pròspero Alpìni, uno dei primi prefetti dell’Orto, fu responsabile di introdurlo a Venezia, dove nel 1720 fu aperto il celebre caffè Floriàn in piazza San Marco, considerato il più antico d’Italia e forse del mondo.

Nella sezione dedicata alle piante acquatiche, è possibile osservare strategie ingegnose sviluppate da queste piante per galleggiare. Ad esempio, il giacinto d’acqua presenta piccioli rigonfi d’aria che lo fanno assomigliare a boe, mentre la lattuga d’acqua ha un fitto feltro di peli idrorepellenti sulla parte inferiore per formare un cuscino d’aria. La Victòria crùziana, invece, presenta foglie enormi protette da aculei che la difendono dagli erbivori, e nervature contenenti tubuli d’aria che le permettono di galleggiare, con il bordo rialzato a scodella per evitare sovrapposizioni e facilitare il contatto tra le foglie, creando un singolare spettacolo di “auto-scontro” acquatico.

La Serra Temperata

All’interno di questa serra si può sperimentare il ciclo delle quattro stagioni per la prima volta. Le condizioni climatiche qui riprodotte sono familiari alle nostre zone, ma riflettono anche quelle di altre regioni del mondo, come il Sudafrica, l’Australia e la California.

La vegetazione qui segue fedelmente il susseguirsi delle stagioni. Le foreste di alberi decidui si accendono di colori vivaci dall’arancione al rosso acceso durante l’autunno. Con l’avvicinarsi dell’inverno, il freddo aumenta e l’acqua diventa più scarsa, causando la caduta delle foglie in alcune piante.

Un esempio unico presente in questa serra è la Felce della Tasmania (Balàntium antàrcticum), che, nonostante il suo aspetto simile a una palma o a un albero, è in realtà una felce. A differenza delle comuni felci erbacee che crescono nei nostri boschi in primavera, questa varietà può raggiungere un’altezza impressionante di 15 metri. Contrariamente alle piante che si riproducono tramite fiori, la Felce della Tasmania si riproduce attraverso spore.

La Serra Mediterranea

Nel bioma mediterraneo, uno dei più distintivi tra quelli temperati, le piante si sono adattate in modo straordinario alle condizioni prevalenti nella regione circostante il mare omonimo. Questo bioma non si trova solo nei pressi del Mar Mediterraneo, ma anche nella regione del Capo, in California, nell’area sud-occidentale dell’Australia e in Cile.

Le piante hanno sviluppato incredibili strategie di adattamento per sopravvivere alle due caratteristiche principali di questo bioma: la vicinanza del mare e lo stress causato dalla siccità prolungata e dalle alte temperature estive.

La Serra Arida

Ci troviamo all’interno della serra desertica. Che cosa ti viene in mente quando pensi al deserto? Forse ti immagini i torridi deserti dell’Africa o della penisola arabica, ma il mondo desertico non si limita solo a quei luoghi; esistono anche deserti freddi, come il deserto di Gobi in Mongolia.

In queste terre aride, sia calde che fredde, sopravvivono solo le piante più resistenti, adatte a vivere in condizioni estreme dove l’acqua può mancare per anni.

Le conosci come piante grasse o succulente. Si distinguono per il tessuto speciale ricco di acqua che hanno sviluppato: cellule voluminose che contengono mucillagini in grado di trattenere l’umidità. Alcune accumulano acqua nel fusto, come i cactus, mentre altre nelle foglie, come l’aloe.

Ciò che è sorprendente è che questi adattamenti si riscontrano in tutti i deserti del mondo, anche se geograficamente distanti l’uno dall’altro. Ciò che funziona, viene replicato.

In questa serra, puoi osservare due aiuole rappresentanti piante provenienti da deserti diversi: uno americano e uno africano. Cerca le somiglianze tra di loro.

Queste piante si mimetizzano tra le pietre circostanti e diventano visibili solo durante la fioritura, quando i loro fiori dai colori vivaci attirano i rari impollinatori.

Nel deserto, la vita fiorisce solo per brevi periodi quando arriva la pioggia. Da semi rimasti in attesa per anni, migliaia di piccole piante erbacee sorgono improvvisamente dal suolo, creando uno spettacolo unico prima di tornare alla dormienza fino alla prossima occasione di pioggia.

 

Dove si trova l'Orto Botanico di Padova

Biglietti per l'Orto Botanico di Padova

INTERO – 10 euro

  • dai 26 ai 64 anni

RIDOTTO – 8 euro

  • dai 65 anni
  • insegnanti di ogni ordine e grado e docenti di altre Università in visita privata, con esibizione di tesserino ministeriale, certificato della scuola, documento di identità o badge universitario
  • possessori Arte Terme Card
  • socie/i Sostenitrici e Sostenitori Amici dell’Università di Padova
  • socie/i Alumni Università di Padova

RIDOTTO SPECIALE – 6 euro

  • bambine/i tra i 6 e i 12 anni se accompagnati da un adulto gratuito
  • giovani dai 13 ai 25 anni (con esibizione del documento di identità)
  • volontari e volontarie del Servizio Civile con badge identificativo
  • ospiti di Dipartimenti/altre strutture e/o partecipanti a convegni dell’Università di Padova
  • speciale eventi

GRATUITO

  • bambine/i fino a 5 anni
  • bambine/i dai 6 ai 12 anni accompagnati/e da un adulto pagante (una gratuità per adulto pagante)
  • persone con disabilità su specifica richiesta dell’interessata/o (NB: è possibile chiedere supporto per l’accesso e/o informazioni relative al parcheggio chiamando il numero 049 827 3939. È inoltre disponibile una guida in Comunicazione Aumentativa Alternativa)
  • accompagnatore o accompagnatrice di persona con disabilità (una/o per disabile)
  • giornaliste/i con esibizione del tesserino di riconoscimento aggiornato all’anno corrente e previo accreditamento in biglietteria
  • guide con esibizione del tesserino di riconoscimento aggiornato all’anno corrente e previo accreditamento in biglietteria
  • studentesse e studenti dell’Università di Padova, presentando badge, libretto universitario o certificato di iscrizione
  • personale dell’Università di Padova, presentando badge dipendente
  • studiose/i Senior dello Studium Patavinum
  • socie/i Benemerite/i dell’Associazione degli Amici dell’Università di Padova

FAMIGLIA – 25 euro

  • nucleo di due adulti (anche non genitori) con massimo 3 ragazze/i under 18 (ogni ulteriore componente paga in base alla categoria)

GRUPPI

  • turistici (da 10 a 30 persone): 8 euro a persona, altre categorie come da tariffa. Ingresso gratuito per un accompagnatrice/accompagnatore
  • scuola e università: 5 euro a persona, altre categorie come da tariffa. Ingresso gratuito per due accompagnatrici/accompagnatori

Orto Botanico di Padova: dove tutto ebbe inizio Read More »

Hackney Marshes: zone umide fra i palazzi dove uomo e natura convivono

Giuseppe Intrieri

Condividi

Zone umide in East London , in mezzo a palazzi e campi da calcio, dove si trova Hackney Marshes?

Circondato dall’Old River Lea e dall’Hackney Cut, Hackney Marshes è un luogo preferito da camminatori, ciclisti e, soprattutto, calciatori dilettanti. Si trova ad nella Londra est, nella zona di Hackney come dice lo stesso nome.

Coprendo 337 acri (136 ettari), le paludi erano una volta una vera palude, regolarmente allagata dalle acque del Lea, ma erano drenate dal Medioevo. Sono stati conservati per uso pubblico nel 1890 e, sebbene alcuni terreni siano stati persi per alloggi e altri sviluppi (e più recentemente per il Parco Olimpico), forniscono uno spazio essenziale per la ricreazione, vantando oltre 80 campi da calcio, rugby e cricket. Un piano di sviluppo multimilionario implementato prima dei Giochi del 2012 ha portato a migliori piazzole, sentieri, piste ciclabili e strutture comunitarie

In tutto questo contesto però Natura e Uomo convivono creando uno scenario unico , dove anche nel mezzo di tutta questa antropizzazione si può osservare natura selvaggia.

Come raggiungere Hackney Marshes?

Per raggiungere Hackeny Marshes ci sono diversi modi, dipende da dove si viene. Prendo come riferimento di destinazione, Hackney Mars Centre, che sarebbe il centro informazioni e ricreativo del parco. Indicazioni qui.

Se si viene da Londra e si vuole raggiungere con la metro le fermate più vicine sono Stratford, che è servita da varie linee (Jubilee Line, Central Line, DLR, Elizabeth Line) e da lì poi camminare a piedi circa 30 min. Un’alternativa è prendere la linea Overground che arriva ad Hackney Wick e da lì a piedi circa 25 min.

Se si viaggia in treno si può raggiungere la stazione Stratford International oppure per chi viene da Nord, la stazione Lea Bridge.

 

Se viaggiate in auto potete raggiungere il parcheggio dell’Hackney Marshes Centre. Indicazioni qui.

Un Airone Cenerino (Ardea cinerea) sulle rive del fiume Lea.

Cosa c'è di particolare ad Hackney Marshes?

Seppur sia un’area circondata da campi da calcio e zone abitative,i marshes sono  un’importante area per la natura e l’ecologia, con aree di nidificazione e svezzamento per gli uccelli e hanno ricevuto una bandiera verde nel 2011.

Appena sotto Lea Bridge Road, una riserva naturale occupa gli ex letti del Middlesex Filter, mentre a sud c’è Wick Woodland, piantato negli anni ’90 con frassini e pioppi neri autoctoni.

Di sicuro ancora una volta rimango affascinato da tutto questo, per molti sembrerà niente, per me invece significa tanto. vedere come la natura prende i suoi spazi e uccelli e ambienti fragili come le zone umide, convivono con il contesto umano circostante. Lasciate un commento nella sezione qui sotto.

Guarda il video su YouTube

i-parchi-di-londra

Vuoi saperne di più sul progetto?

Hackney Marshes: zone umide fra i palazzi dove uomo e natura convivono Read More »

Un giro a Colne Valley Regional Park

Giuseppe Intrieri

Condividi

Verso Londra attraverso foreste e laghi: dove si trova Colne Valley Regional Park?

Il Colne Valley Regional Park offre la prima e sostanziale immersione nella campagna a ovest di Londra. Fondato nel 1965, il parco si estende da Rickmansworth a nord fino a Staines e il fiume Tamigi a sud, e da Uxbridge e Heathrow a est fino a Slough e Chalfont St Peter a ovest.

Questo mosaico di terre coltivate, boschi e corsi d’acqua comprende 200 km di fiumi, canali e oltre 60 laghi. Fu istituito nel 1965 ed ha una superficie di 43 miglia quadrate, il paesaggio è una commistione di vivaci centri urbani, spazi verdi e vie navigabili, offrendo la prima esperienza di campagna subito a ovest di Londra.

Il Colne Valley Park Trust si impegna a evidenziare questa straordinaria e diversificata area, narrandone la storia, celebrando il ricco paesaggio e preservandone la biodiversità. Sebbene molte persone vivano, lavorino e visitino la Colne Valley, sono ancora troppe quelle che non realizzano che essa costituisce parte di un parco regionale vivace.

Sentieri nei pressi di Stocker's Lake

Come raggiungere Colne Valley Regional Park?

Per raggiungere Colne Valley Regional Park ci sono diversi modi, innanzitutto dipende da dove si vuole andare. Essendo un parco molto esteso da nord a sud bisogna prima deciderne la destinazione esatta e poi valutare come raggiungerlo.

La destinazione può essere una delle varie piccole riserve naturali locali (Local Nature Reserve) presenti nel parco, quali:

e molte altre. Queste in generale è bene raggiungerle in macchina per essere più comodi. Controllando i link di ogni riserva potete trovare informazioni e la mappa.

Se si sceglie di utilizzare i mezzi pubblici si può arrivare a Rickmansworth con la Metropolitan Line o i treni della Chiltern Railways dal centro di Londra, poi con una camminata si può giungere all’estremità nord del parco e visitare alcuni dei suoi laghi fra cui Rickmansworth Aquadrome, Stocker’s Lake a via dicendo. 

Se si ha voglia di giungere più al centro del parco si può raggiungere Denham con il treno da London Marylebone e da lì poi scegliere qualche percorso da fare in base a quanto si è allenati, ci sono vari cammini da fare, alcuni sono indicati qui.  Inoltre da qui è possibile raggiungere in circa 35 min di camminata il centro visitatori del parco.

Insomma, l’incredibile varietà del parco e la sua superficie estesa lasciano solo spazio alla fantasia.

Punto di osservazione delle Sterne vicino a Stocker's Lake

Come mai è importante Colne Valley Regional Park?

Il Colne Valley Park assume un ruolo significativo nella promozione della biodiversità, specialmente grazie alla presenza di vari habitat palustri che si estendono nel suo nucleo. Questi ambienti forniscono rifugio a numerose specie di flora e fauna, situandosi proprio ai margini di Londra. Riguardo alle ufficiali designazioni del sito, il Colne Valley Regional Park include:

– Una porzione di un’Area di Protezione Speciale (Special Protection Area)
– Una sezione di una Riserva Naturale Nazionale (National Nature Reserve)
– 13 Siti di Importanza Scientifica Speciale (Site of Special Scientific Interest)
– 7 Riserve Naturali Locali (Local Nature Reserve)

In aggiunta, vi sono numerosi siti di flora e fauna selvatica a livello di contea, che non sono soggetti a regolamentazioni specifiche, così come boschi antichi e riserve naturali informali.

Il Colne Valley Park rappresenta una meta prediletta sia per gli appassionati di birdwatching che per i sostenitori della conservazione. Luoghi popolari all’interno del parco includono Stockers Lake, Broadwater Lake e le dighe di Staines.

La Herts & Middlesex Wildlife Trust ha sviluppato una serie di documenti informativi focalizzati su alcuni dei migliori siti per l’osservazione della fauna selvatica all’interno del Colne Valley Park, potete trovarli qui

Che tipi di habitat ci sono a Colne Valley Regional Park?

Il Colne Valley Regional Park offre una diversificata gamma di habitat che attira un’ampia e variegata fauna selvatica, conferendogli un valore eccezionale così vicino a Londra.

A meridione, si estendono rilevanti distese umide di pascolo e habitat di prato di pianura presso Staines Moor SSSI (Sito di Interesse Scientifico Speciale o Site of Special Scientifici Interest), insieme a altre zone di prato di buona qualità. Dirigendosi verso nord, l’abbondanza di bosco deciduo cresce, portando a un cambio nel paesaggio che favorisce una varietà diversificata di fauna selvatica.

Il Colne Valley riceve il contributo di vari fiumi, tra cui il Colne stesso, i quali forniscono habitat essenziali e contribuiscono a sostenere le distese umide di pascolo e altri habitat ripariali nel parco.

Altri esempi di habitat prioritari comprendono una porzione di bosco antico in Ruislip Woods e una combinazione di bosco e landa in Black Park country park. Tra le specie che è possibile avvistare nella valle ci sono i martin pescatori, insieme a una vasta gamma di uccelli acquatici, bisce dal collare e cervi Muntjac.

Airone Cenerino all'interno del parco
Svasso Maggiore con piccolo al seguito

Io ci sono stato ed ho esplorato soltanto la parte nord che include Rickmansworth Aquadrome Nature Reserve, Stocker’s Lake Nature Reserve e Springwell Lake. Sicuramente ci tornerò perchè come avete potuto capire questo parco è enorme e merita di essere esplorato per vari aspetti. Spero l’articolo via sia piaciuto e sia siatto utile ad invogliarvi a visitare questo nuovo parco, forse ancora sconosciuto ai più, ad ovest di Londra.

Un giro a Colne Valley Regional Park Read More »

Come riconoscere una Vipera da altri serpenti quali i Colubridi?

Giuseppe Intrieri

Condividi

Ci sono luoghi che raccontano la nostra storia, la storia dell’umanità, della scienza, dello studio della natura. Per gli appassionati come me questi luoghi sono intrisi di un fascino antico che è difficile da spiegare a parole, ti senti quell’emozione dentro al petto al solo pensiero di andarci. Quei luoghi dove sai che secoli addietro sono state fatte cose importanti, ti affascina il pensiero che lì abbiano trascorso il tempo studiosi della natura, del mondo. Lontano dalle nostre epoche e con i mezzi di allora, dove contavano veramente soltanto le cose concrete. Studiosi mossi dalla passione di comprendere veramente il mondo in maniera approfondita.

Queste sono state proprio le emozioni che ho provato quando ho deciso che avrei visitato l’Orto Botanico di Padova, dove tutto lo studio della Botanica e delle piante ebbe inizio. Dove nacque la cultura dell’orto botanico come luogo di studio delle piante, di comprensione del mondo vegetale che fondamentalmente ci da la vita, come luogi di incontro di studiosi, l’orto botanico come sede della conservazione di tesori che potrebbero andare perduti, luoghi in un certo senso per i “religiosi” della natura.

In questo articolo raccolgo le mie emozioni e voglio che ispiri chiunque lo legga a visitare questo luogo bellissimo nella fantastica città di Padova, considerate questo articolo come una guida mista alle mie emozioni e un excursus storico dell’orto.

Quando nacque l'Orto Botanico di Padova?

Prima di rispondere a questa domanda, proviamo a rispondere alla domanda << Perchè “collezionare” piante? >>. La domanda su perché collezionare piante trova radici nella storia dell’Università di Padova, fondata nel 1222, durante un’epoca in cui la città si distingueva come una delle capitali culturali europee. Nel 1405, entrò a far parte della Repubblica di Venezia, che all’epoca rappresentava il centro del mondo con il suo potere e la sua influenza.

Sotto il dominio della Serenissima, che aveva il controllo su vasti scambi commerciali, Padova divenne un centro di eccellenza intellettuale, attrattivo per i migliori cervelli del tempo. Questo monopolio intellettuale fu tale che nel 1492 un professore fiorentino, sospeso dall’insegnamento a Padova, fu addirittura imprigionato per evitare che portasse altrove le sue competenze.

L’Orto Botanico, vide la sua nascita nel 1545 durante il Rinascimento, ebbe origine non solo per soddisfare la curiosità scientifica, ma anche per proteggere gli interessi commerciali di Venezia. La Serenissima intendeva controllare non solo gli scambi commerciali, ma anche la conoscenza delle piante vitali per l’alimentazione, la medicina e il benessere.

 

L’idea dell’Orto Botanico fu concepita da Francésco Bonaféde e dai suoi studenti del corso di Lettura dei Semplici, concentrandosi sullo studio delle sostanze naturali a scopo curativo. Bonaféde, notando le limitazioni dei libri nel fornire una conoscenza accurata delle piante, si ispirò al crescente metodo scientifico emerso a Padova. Questo approccio, promosso da figure come il professore di medicina Giovànni Battìsta Da Mònte, sottolineava l’importanza di verificare le idee attraverso l’osservazione diretta e l’esperimento pratico.

 

Così, nel 1545, nacque l’Hòrto medicinàle, un luogo dove le piante venivano coltivate e studiate direttamente. L’Orto Botanico divenne una risorsa fondamentale per docenti e studenti, offrendo un ambiente aperto e accessibile per l’apprendimento. Questa iniziativa, senza precedenti, contribuì a formare una nuova generazione di esperti in grado di distinguere le piante medicinali da quelle non adatte, proteggendo così la salute pubblica.

Quante specie di vipere vivono in Italia?

Partiamo dall’elencare quante specie di Vipera esistono in Italia, che fra l’altro sono gli unici serpenti velenosi presenti nel nostro paese. Sono presenti 5 specie che sono diffuse con distribuzione diversificata in tutta Italia, tranne la Sardegna dove non vi sono serpenti velenosi.

Vipera Aspis (aspide)
È diffusa sulle Alpi e sugli Appennini, il suo habitat preferito è costituito da luoghi caldi e asciutti, ha un’ indole mite e solitamente fugge se molestata. 

Vipera Berus, o marasso palustre
Diffusa in montagna, presente nel Nord Italia, è piuttosto aggressiva. La si può trovare anche in acqua. Se viene provocata attacca facilmente.

Vipera Ammodytes o vipera del corno
Presente soprattutto nel nord-est dell’Italia. Facilmente riconoscibile per la presenza di un piccolo corno sulla punta del muso. Predilige un habitat costituito da zone aride, pendii e pietraie. È poco aggressiva, ma il suo veleno è il più pericoloso fra le specie presenti in Italia.

Vipera Ursinii, o vipera dell’Orsini
Presente nell’Appennino Abruzzese ed Umbro-Marchigiano, in particolare sul Gran Sasso. Di dimensioni piuttosto piccole è la meno pericolosa.

Vipera dei Walser 
La vipera walser appartiene alla famiglia Viperidae, ed è diffusa in Italia nelle Alpi occidentali, nella zona di Biella e nell’alta Valsesia.

Un esemplare di Vipera aspis

Quali sono le dimensioni e il colore di una Vipera?

Il colore di questo animale varia molto (come tutti i rettili) innanzitutto in base alla specie di appartenenza, poi alla zona in cui vive, alla sua alimentazione e all’habitat che frequenta. I colori variano da tonalità di grigio scuro a colorazioni color crema, colori tendenti all’arancio chiaro e giallo sbiadito.

In generale questo serpente non supera il metro di lunghezza, tutte le specie sono inferiori ai 100 cm. La Vipera aspis raggiunge generalmente gli 80 cm, la Vipera berus i 90cm, la Vipera ursini (che è la più piccola) in genere non supera i 50cm e così via.

La Vipera e gli altri serpenti appartengono alla stessa "Famiglia"?

Questa è una domanda che spesso mi viene fatta e in effetti scientificamente la risposta è no.

In Italia esistono circa 20 specie di Serpenti, tutte queste fanno parte della Classe di Vertebrati che prende il nome di Reptilia. La Vipera (e le sue 5 specie presenti sul territorio) fanno parte della famiglia Viperidaementre la maggior parte degli altri serpenti che non sono Vipere si ascrivono alla famiglia dei Colubridae. In questo articolo non scendo troppo nei dettagli parlando di tassonomia con classificazioni dettagliate; è giusto una differenziazone per far capire la differenza fra la Vipera e gli altri serpenti.

Alcuni esemplari di Colubridi

Come si distingue la Vipera dagli altri serpenti?

Il motivo di questo articolo è dato dal fatto che molto spesso, ancora oggi, si ha poca conoscenza e quindi tanti serpenti del tutto innocui, e utilissimi invece agli ecosistemi, vengono uccisi per paura perchè scambiati per vipere. Tutto questo per una mancanza di conoscenza delle specie, per leggende popolane o semplicemente ignoranza, cioè proprio il fatto di ignorare quale sia la realtà dei fatti e punire comunque questi splendidi animali senza un motivo di fondo. Non è assolutamente giustificato uccidere una Vipera in ogni caso, questo articolo ha lo scopo di informare ed evitare almeno l’uccisione di animali innocui.

Una Vipera si distingue dagli altri serpenti presenti in Italia (che per semplicità chiamiamo Colubiridi come citato sopra) per diverse caratteristiche:

  • La Vipera ha una testa triangolare o che ricorda questa forma, i Colubiridi ce l’hanno ovoidale.
  • In generale la Vipera ha sempre un corpo tozzo e come detto già sopra non supera mai il metro di lunghezza. I colubridi invece hanno un corpo più affusolato ed alcune specie superano abbondantemente il metro di lunghezza.
  • La coda della Vipera si assottiglia e si restringe bruscamente, a differenza dei Colubridi che ha un’affusolatura graduale.
  • Le squame delle Vipere sono carenate cioè è presente una cresta al centro delle squame, mentre nei colubridi sono lisce.
  • In particolare le squame sul capo di questi serpenti sono anche un elemento molto identificativo: nella Vipera non è possibile distinguere bene le singole squame mentre nei Colubridi si.
  • Un altro elemento di identificazione sono gli occhi: le Vipere hanno pupille verticali e strette mentre i Colubridi le possiedono rotonde, simili a quelle dei gatti.

Come potete notare gli elementi per distinguere questi animali sono tanti, anche per chi magari può avere una lecita paura di un incontro con determinati animali, ha tutto il tempo di valutare e decidere se allontanarsi senza però uccidere i poveri serpenti che in realtà non fanno altro che vivere nel luogo dove sono destinati a vivere.

Di seguito alcune immagini per farvi comprendere e apprezzare meglio queste differenze.

Come riconoscere una Vipera da altri serpenti quali i Colubridi? Read More »

Catania: il mercato del pesce

Giuseppe Intrieri

Condividi

Una tradizione dal fascino unico che dura da secoli

L’uomo ha ciclicamente riprodotto i suoi usi e i suoi costumi nel corso della sua storia, magari sono cambiati i mezzi, le attrezzature e il modus operandi, ma il fine di determinate azioni è rimasto immutato.

Ci sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, le epoche mai trascorse e le quotidianità svolte sempre allo stesso modo; con la stessa intensità, la stessa velocità e forse anche lo stesso ordine quotidiano.

Uno di questi luoghi è il mercato del pesce di Catania.

Pescatori spiegano la merce ai clienti
Polpi in esposizione fra i banchi del mercato

Quando è nato il mercato di Catania e dove si svolge?

Il mercato del pesce di Catania, detto “A Piscaria“, è sopravvissuto insieme all’altro mercato storico “Fera do Luni” nello stesso posto dove ha avuto la sua nascita. Il mercato occupa la sua attuale sede dall’inizio del diciannovesimo secolo (1800), quando vennero scavate le mura risalenti al Cinquecento per creare la galleria del mercato ittico. Si svolge tutti i giorni.

Con il passare del tempo il mercato si estese fino alle vicine Piazza di Alonzo e Piazza Pardo, che ad oggi rappresentano la sua cornice di esistenza. Caratteristica della “Piscaria” così come della “Fera do Luni” è la cosiddetta “Vuciata“: tipico atto di urlare per proporre la propria merce agli acquirenti, tentando di fare fortuna a discapito dei vicini compagni di vendita. Infatti, il mercato è una continua accozzaglia di urla e grida dove ognuno cerca di accaparrarsi la clientela presentando la propria merce seguita dal prezzo di vendita. Se i prezzi sono convenienti il volume delle urla aumenta proporzionalmente, quasi come a voler essere più convincenti. Le urla sono accompagnate da gesti macchinosi quanto spontanei. 

Un pescatore intento a scegliere il miglior pescato per un cliente
Un venditore di cozze

Cosa caratterizza il mercato di Catania?

Non è raro imbattersi in venditori che si apprestano ad urlare di avvicinarsi al proprio banco mentre dividono in tranci un Tonno o tengono in mano i Polpi, mostrando ai passeggianti quanto sono arzilli; ciò dimostra che sono freschi, appena pescati. Ad assistere a questo mosaico di vita quotidiana, dove non si ha il minimo dubbio di essere nel cuore pulsante della città, si torna indietro nel tempo. Basta guardarsi intorno: le mura cinquecentesche lasciano chiedersi se all’epoca esistesse già e se le azioni venissero ripetute con la stessa consuetudine e intensità. Camminare fra i vari banchi del pesce e notare i volti del pescatori così tenaci, forti, segnati dalla vita in mare, non lascia apprezzare nessuna probabile differenza fra i pescatori di oggi e quelli di uno o due secoli fa. Le epoche non sembrano essere trascorse e se non si fa caso agli indumenti appartenenti certamente alla nostra epoca e a qualche altro oggetto che potrebbe riportarci alla realtà, passeggiare nel brusio del mercato lascia decadere il concetto del tempo storico.

La “vuciata”, l”urlo commerciale” atto a pubblicizzare la propria merce e a rivelarne il prezzo, deve la propria presenza e perpetuazione nel tempo probabilmente alle residue usanze dalla dominazione islamica. Alle urla dei venditori si aggiungono quelle di chi chiede permesso perché sta trasportando delle grosse bacinelle con pesce fresco da recapitare al banco, lo strisciare delle bacinelle sul terreno, spesso bagnato e sudicio, le cadenze ritmiche dei coltelli sui banconi seguite dai colpi più lenti ma più possenti delle mannaie. Basta guardarsi intorno ed accorgersi solo dopo di altri rumori di sottofondo, prima celati all’udito perché soppiantati da altri più persistenti: le scope che ramazzano il pavimento. Si rivela praticamente un esercizio costante quello attuato dai venditori non impegnati nell’urlare alle persone di avvicinarsi o dai loro collaboratori: tenere più pulito possibile lo spazio circostante al proprio banco di vendita spazzando e spargendo ripetutamente acqua pulita.

Pescatori indaffarati a spostare i banchi di vendita

Il mercato di Catania come i mercati arabi.

A questo mix di suoni si aggiunge una mescolanza degli odori più disparati. Molto comune è l’imbattersi nell’odore forte e piacevole del prezzemolo e accorgersi soltanto dopo che si sta avvicinando un nugolo di ragazzi che propone di acquistarlo per condire al meglio le pietanze ittiche appena prese. I ragazzi che vendono il prezzemolo fanno la spola tra i banchetti del mercato, trotterellando fra pescatori e acquirenti mentre inebriano la scena con il forte odore. Oltre al prezzemolo propongono anche dei limoni chiusi in bustine trasparenti in quantità di sei o sette; si sa il limone è un ottimo condimento per le pietanze a base di pesce. A tutto questo va ad unirsi l’odore di sale, di mare, di altre spezie e della frutta. Nei botteghini adiacenti alla piazza e quindi al mercato, si incontrano venditori di origano, verdure fresche di raccolto proveniente dalle campagne limitrofe e addirittura venditori di carne che viene macellata in diretta sul posto; in modo da diversificare l’offerta per chi si reca al mercato. Non è raro, inoltre, trovarsi ad apprezzare un’arieggiata di frittura, magari qualcuno dei botteghini e già andato al passo successivo: la frittura del pescato. 

Così il mercato diventa un miscuglio di suoni, odori e colori, quasi a ricordare i tipici “Suk arabi” o le “Medine” del nord Africa. Un continuo ripetersi di gesti tanto arcaici quanto inconsapevoli, ci si dispiega dinnanzi, tra voci, odori, immagini, che testimoniano una autenticità non simulata.

Un pescatore aspetta i clienti al suo banco
Un pescatore seleziona il pesce come chiesto dal cliente
Nuovo pesce fresco subito portato sui banchi di vendita

Vale la pena vedere il mercato di Catania?

Assolutamente si, è un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita.Le mani rugose dei pescatori, spesso colorate di rosso per il sangue dei pesci prima divisi in tranci, raccontano la storia di una terra che conserva ancora gelosamente la propria identità, custodendo la magia fra le proprie mura. I mercati ed in questo caso quello di Catania, raccontano la vera identità di una città, di un popolo. Quel popolo che sfugge ai riflettori e ai grandi mass media lo si può trovare e vivere in prima persona qui, fra le urla e l’odore forte del pesce appena pescato. Qui ognuno è un attore singolare e unico, un attore che interpreta la propria realtà, quella che la sua terra e le generazioni precedenti portano avanti da secoli; dove veracità e passione si fondono con il vero unico modo per salvaguardare le identità come queste: tramandare.

Ecco perché è importante vivere un’esperienza del genere, entrare nel mercato  e lasciarsi  trasportare. Sta al visitatore decidere se farsi trasportare del tempo, perdendone il senso durante la permanenza o se farsi trasportare dai suoni e dagli odori di quello che sembra essere uno dei patrimoni morali ,sociali e culturali che ormai stanno andando perduti nell’era della globalizzazione.

Questo i pescatori lo sanno bene eccome poiché ogni giorno a fine giornata ripuliscono bene i banchi di vendita, mettono tutto in ordine accuratamente; stanchi ma felici sono consapevoli che il giorno dopo devono continuare il loro prestigioso compito: coltivare e tramandare la propria identità.

Dove si svolge il mercato di Catania?

Catania: il mercato del pesce Read More »

Torna in alto