Gli elefanti preistorici della Calabria

“E quella foresta che chiamano Sila, che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia. È ricca di piante, e di acque e si estende per circa 700 stadi”. Così Strabone nell’opera Geografia ne decantava la grandezza. In quella che è l’attuale territorio del Parco Nazionale della Sila oggi stanno venendo alla luce importanti scoperte storiche e paleontologiche ben più antiche di Strabone, ultima e inaspettata il ritrovamento di resti di un elefante del Pleistocene, Elephas antiquus, sulle sponde del Lago Cecita, in provincia di Cosenza. 

L'area di scavo vista dall'alto
Il sito del rinvenimento visto dall'alto
I resti ossei al momento della scoperta

Immagini per gentile concessione da parte della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone per l’articolo pubblicato su Nationalgeographicitalia.it a Dicembre 2017

Una scoperta notevole anche alla luce del possibile collegamento con alcuni megaliti situati non molto distanti dal lago Cecita: vicino all’abitato di Campana, a cavallo fra il Mar Jonio e la Sila, si stagliano infatti due imponenti strutture di pietra che a parere di diversi studiosi sarebbero il risultato di scalfittura di tipo antropico. In particolare una delle due supposte sculture mostra le sembianze di un elefante dalle zanne dritte, con ogni probabilità proprio Elephas antiquus

L’attribuzione di fattura antropica dei megaliti di Campana, che escluderebbe quella  ipotizzata in passato del fenomeno erosivo, è sostenuta da almeno un decennio da diversi studiosi, tra cui il geologo Alessandro Guerricchio dell’Università della Calabria, secondo il quale “I due ammassi rocciosi […]  mostrano lineamenti abbastanza certi da farli attribuire a sculture modellate da parte dell’uomo” O i paleontologi Bonfiglio e Bredar, che hanno ipotizzato già nel 1986 che “Nel primo corpo si riconosce una figura di un elefante, nell’altro quella degli arti inferiori di una figura umana seduta. […]. L’elefante, con la sua zanna dritta, ricorda Elephas antiquus falconeri, specie estintasi alla fine del Pleistocene”.

i megaliti di campana al tramonto
L'elefante di Campana
Lago Cecita-Loc. S. Lorenzo

Già negli anni concomitanti ai primi scavi sul Lago Cecita, fra il 2005 e il 2007, un’altro studioso, Domenico Canino, ipotizzava che le ricerche avrebbero potuto in futuro dare atto di ritrovamenti di Elephas antiquus, come è di fatto accaduto nel settembre scorso quando sono stati rinvenuti alcuni resti in ferro classificati dall’attuale soprintendente all’archeologia per la regione Calabria Mario Pagano come armi appartenenti all’epoca longobarda. Le ricerche, centrate sul ritrovamento di altri manufatti longobardi, hanno invece portato al ritrovamento dei resti fossili, totalmente inaspettati, dell’elefante. Il ritrovamento è stato illustrato in una conferenza pubblica lo scorso 25 novembre nei locali del Centro Visite Cupone del Parco Nazionale della Sila: le straordinarie dimensioni della zanna (tre metri circa) hanno costituito un dato identificativo della specie. 

Avvio delle operazioni di scavo
Molare in corso di scavo
La zanna al momento della scoperta

Immagini per gentile concessione da parte della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone per l’articolo pubblicato su Nationalgeographicitalia.it a Dicembre 2017

Elephas antiquus era una specie che frequentava ambienti tipici di prateria arborata, presente in Europa dai 700.000 ai 40.000 anni fa. I ritrovamenti di Elephas in Italia si inseriscono quasi sempre in un contesto di siti di ritrovamento accomunati da una compresenza di elementi scheletrici animali e umani; secondo gli studiosi,le antiche popolazioni “pulivano” le carcasse di questi animali a scopo alimentare (come nel caso del sito archeologico del Paleolitico di Isernia la Pineta, nel Molise). 

Il recente ritrovamento silano ha permesso però di stabilire che probabilmente l’animale morì di morte naturale. Fino ad oggi sono stati recuperati parte dell’omero, parte della mandibola con annesso il molare e il cranio anche compreso di zanne. Nella stessa area è stata registrata la presenza di scapole, metacarpali e altri resti che si spera verranno recuperati e asportati in futuro con un nuovo campo di scavo e di ricerca, che permetterà di completare la ricostruzione anatomica e del paleoambiente dove l’animale ha vissuto. 

I megaliti di campana

E i megaliti di Campana? Su di essi gli studiosi hanno sollevato diversi interrogativi, a partire dalla natura del popolo che li scolpì. Nell’area orientale della Calabria che si affaccia sullo Jonio esisteva tra il Neolitico e l’età del ferro una civiltà rupestre citata da antiche fonti greche come “Chones”. Il fenomeno megalitico europeo ebbe inizio tra il V e il IV millennio a.C. , periodo in cui si diffusero i grandi megaliti sulle coste dell’Europa Occidentale. Per appurare l’origine e la genesi dei megaliti calabresi si spera quindi nell’investimento in nuove ricerche che porteranno a un chiarimento sulla natura di questi antichi scultori.

Il ritrovamento dei resti di Elephas antiquus  è ulteriore conferma dell’importanza archeologica, paleontologica e storica dell’altopiano silano di cui già si era a conoscenza grazie alla campagna di scavi del 2007, diretta sui tre laghi (Arvo, Ampollino, Cecita) dall’archeologo Domenico Marino e dal professor Armando Taliano Grasso. In seguito a quella campagna venne infatti annunciata la scoperta del più antico insediamento umano d’altura della Calabria, datato tra il 3.600 ed il 3.350 a.C. Questi insediamenti erano stagionali legati al fenomeno della transumanza dalle pianure costiere ai pascoli d’altura o ad attività di pesca fluviale o lacustre. 

Lago Cecita-Loc. Cupone

Con la scoperta recente delle industrie litiche riferibili a varie fasi del Paleolitico e con i ritrovamenti dei resti dell’elefante si conferma perciò l’esistenza di un lago nelle medesime depressioni vallive anche in epoche remote.

I resti dell’elefante sono stati ora portati presso l’università del Molise dove verranno restaurati, consolidati e puliti completamente in vista di un’eventuale esposizione al pubblico sul territorio silano. Si procederà anche a una datazione precisa tramite ablazione laser e datazione radiometrica in collaborazione con il Laboratoire de Géochronologie du CNRS francese. 

La direzione del Parco nazionale della Sila si augura che queste novità possano costituire un valore aggiunto al rilancio della candidatura a patrimonio UNESCO del Parco. 

Articolo pubblicato su Nationalgeographicitalia.it a Dicembre 2017

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